27/09/2006 - CIAK MI SPOSO! SCENE DA UN MATRIMONIO - Torna all'elenco completo

Vi ricordate il divertente “Matrimonio all’italiana” tra Marcello Mastroianni e Sophia Loren? E che dire del romantico Hugh Grant alle prese con la sofisticata Andie MacDowell in “Quattro matrimoni e un funerale”?
Molti attori si sono cimentati in pellicole dedicate al tema delle nozze, rappresentate dai cineasti italiani e internazionali in modi diversi, per suscitare di volta in volta il sorriso, il pianto o la riflessione.
Ecco per voi alcuni film che trattano il tema del Matrimonio, realizzati in Italia e all’estero dal Secondo Dopoguerra ai giorni nostri.

Anni Cinquanta

Nel 1954 il regista-documentarista Antonio Petrucci firma il lungometraggio “Il Matrimonio”, che vede protagonisti Renato Rascel, Silvana Pampanini, Vittorio De Sica e Alberto Sordi. Il film, frutto della riduzione di tre atti unici di Čechov, racconta le storie intrecciate di quattro personaggi che si confrontano sugli aspetti positivi e negativi delle nozze. Il possidente Lomov, recandosi dal proprio medico curante per chiederne la figlia in sposa, incontra un amico che lo dissuade dal concretizzare la proposta di matrimonio. Lomov, già in procinto di accettare il consiglio, decide definitivamente di non sposarsi, anche perché, non appena incontrata l’amata, scoppia tra i due un violento litigio.

Anni Sessanta

Il capolavoro di Vittorio De Sica, “Matrimonio all’Italiana”, risale al 1964, vincitore del David di Donatello per la migliore produzione e del Golden Globe per il miglior film straniero. La pellicola è tratta dalla commedia “Filumena Marturano” di Eduardo De Filippo e si dimostra capace di stemperare l’amara ironia del drammaturgo napoletano con il sorriso di De Sica, che può contare sull’intensa interpretazione di una Loren mossa da un disperato senso di giustizia e istinto materno.
Filumena Marturano ottiene di essere ospitata in casa di uno dei suoi clienti, Domenico Soriano (Marcello Mastroianni, nella foto a sinistra), pasticcere benestante, affinché faccia da infermiera alla vecchia madre di lui. Filumena accetta, sperando un giorno di sposarsi con Domenico, ma gli anni passano e l’amante non dà segni di volerla chiedere in moglie. Quando questi sta per dichiararsi a una giovane cassiera, Filumena si finge moribonda per strappargli una promessa di nozze. Non appena Domenico accetta di sposarla, convinto della sua morte imminente, Filumena balza in piedi dal letto e gli racconta di avere tre figli a cui è intenzionata ad attribuire un cognome. Svelato l’inganno, Domenico vorrebbe tirarsi indietro, ma Filumena gli rivela che è il padre di uno dei tre figli, tenendone nascosto il nome. Per questo a Domenico non resta che sposarla e accettare in casa tutti e tre i figli, che lo chiamano papà: ma il dubbio che continuerà a tormentarlo sancisce il trionfo di Filumena.

Anni Settanta

E’ del 1973 il film del regista svedese Ingmar Bergman intitolato “Scene da un matrimonio” e incentrato sul delicato equilibrio del rapporto a due. Concepita originariamente in sei puntate per la Sveriges Radio Tv 2, la pellicola indaga la complessità della relazione matrimoniale con il consueto sguardo caleidoscopico del regista di parola più che d’immagine: primi piani, movimenti di macchina essenziali, tutto affidato al dialogo e all’introspezione psicologica dei due attori. Bergman ci racconta la storia di una coppia dall’unione alla separazione, condizionata dai rituali della società borghese e dai rispettivi egoismi individuali.

Anni Ottanta

Il francese Eric Romher firma un lungometraggio del 1981, “Il bel matrimonio”, commedia romantica sull’intreccio tra amore e posizione sociale. Cresciuta in un ambiente modesto, Sabine rompe il legame con l’amante Simon e decide di realizzare "un bel matrimonio", non sapendo ancora con chi. L’amica Clarisse le presenta Edmond, un avvocato parigino, scapolo impenitente. Sabine inizia a perseguitarlo ma Edmond non ha alcuna intenzione di sposarla. Tuttavia, sul treno di ritorno da Parigi, lo sguardo di Sabine incrocia quello di un coetaneo…
Sabine rifiuta la realtà della propria condizione e sogna la scalata sociale, convinta che il denaro sia portatore di felicità e libertà. Ma, sembra suggerire il regista, al denaro non è meglio preferire l’amore?

Anni Novanta

Una storia d’amore anticonvenzionale inaugura un decennio in cui matrimonio e cinema vanno di pari passo in numerose occasioni. E’ il film di Peter Weir, “Green Card-Matrimonio di convenienza”, interpretato da Gerard Depardieu ed Andie MacDowell e realizzato nel 1990. Il film racconta la storia d’amore e interesse tra George e Bronte, che decidono di sposarsi “per convenienza” (lui immigrato francese intenzionato ad acquisire la cittadinanza statunitense, lei newyorkese desiderosa di vivere in un appartamento che i proprietari vorrebbero affittare solo a una coppia di sposi). Dopo una serie di situazioni ironiche e divertenti, dovute ai pressanti controlli dell’Ufficio Immigrazione, i due scopriranno di amarsi davvero.
Amarsi davvero non è un buon motivo per “sottrarre” una giovane figlia al padre possessivo: ecco il tema fondante della fortunata pellicola “Il padre della sposa”, realizzata nel 1991 da Charles Shyer. Si tratta del rifacimento del famoso film di Vincente Minnelli “Father of the Bride”, interpretato nel 1950 da Elizabeth Taylor e Spencer Tracey. Nella brillante commedia di inizio Anni Novanta, Steve Martin è alle prese con la gelosia per il futuro genero: questo, tuttavia, non impedirà ai due innamorati di convolare a nozze, grazie alla complicità della madre di lei, interpretata da Diane Keaton e al ricorso ad uno stravagante e ingegnoso wedding planner.
Un’altra commedia ironica sul tema del matrimonio vede protagonisti Hugh Grant ed Andie MacDowell: in “Quattro matrimoni e un funerale”, realizzato in Gran Bretagna nel 1994 da Mike Newell, un gruppo di amici dell’alta borghesia inglese è impegnato nell’inconsapevole e talvolta vana ricerca dell’anima gemella. Partecipando a quattro matrimoni e a un funerale, i personaggi avranno modo di confrontarsi sui temi dell’amore e della fedeltà, in un film ben ritmato da equivoci, gag verbali e battute brillanti. Il tira e molla sentimentale tra lo scapolo Charles e l’americana Carrie percorre l’intera pellicola come un leit-motiv, incorniciata da una carrellata di meritevoli personaggi secondari.
Tutti protagonisti e interpretati dallo stesso abile attore i personaggi principali del film “Viaggi di nozze”, una commedia brillante realizzata e interpretata dal caratterista Carlo Verdone nel 1995. Il film racconta la luna di miele di tre coppie di sposi: Ivano e Jessica (Claudia Gerini), borgatari sesso-dipendenti, Giovanni e Valeriana (Cinzia Mascolo), subissati dalle disavventure delle rispettive famiglie e Raniero e Fosca (Veronica Pivetti), lui medico pedante, lei inibita e sottomessa, destinata a una fine tragica e surreale.
Ma che fine fanno i nervi di una ragazza single se a sposarsi è il suo migliore amico? L’australiano Philip J. Hogan realizza nel 1997 “Il matrimonio del mio migliore amico”, commedia romantica in stile hollywoodiano con Julia Roberts nei panni di un’esperta di gastronomia sola e insoddisfatta, che entra in crisi nel momento in cui apprende la notizia dell’imminente matrimonio dell’amico ed ex fidanzato Dermot Mulroney. La protagonista, invitata alle nozze in qualità di damigella d’onore, ricorrerà ad ogni possibile stratagemma per strappare l’amico alla bella e svampita ereditiera Cameron Diaz.
Dai toni meno accesi e più propensi alla riflessione il film italiano “Matrimoni”, realizzato da Cristina Comencini nel 1998, con Francesca Neri e Diego Abatantuono. Incentrato sulla figura di una moglie e madre schiacciata dal perbenismo dell’etichetta sociale, il film trasmette allo spettatore un senso di fragilità e amarezza, che si acuisce nei personaggi sovrastati dalla tradizione di facciata dei festeggiamenti natalizi. Un ritratto corale di individui che si cercano nelle relazioni con l’altro, scontrandosi con l’incertezza dell’amore e l’inconsistenza della felicità.
Quella felicità di una vita a due da cui Julia Roberts continua a scappare, nella commedia romantica “Se scappi ti sposo”, del 1999. Il regista Garry Marshall ripropone la coppia vincente di Pretty Woman, affiancando alla raggazza-maschiaccio del Maryland che colleziona eterni fidanzati il cronista d’assalto Richard Gere, che decide di scrivere un articolo sulle vicende sentimentali della “runaway bride” (titolo originale del film, in italiano “sposa che scappa”).

Dal Duemila a oggi

Nel 2001 il regista Joel Zwick realizza un film che ha raggiunto due record: la commedia romantica di maggiori incassi e il film indipendente americano più redditizio di tutti i tempi. “Il mio grasso grosso matrimonio greco”, prodotto da Tom Hanks e la moglie, è stato scritto dall’interprete principale Nia Vardalos, che assicura si tratti di vita vissuta. Toula Portokalos, di origine greca ma cittadina statunitense, ha ormai più di trent’anni, è una “bruttina stagionata” che lavora nel ristorante del padre come cameriera e, secondo la sua famiglia, dovrebbe sposare un uomo greco, per fare figli greci, a cui insegnare le tradizioni greche. Quando riesce a emanciparsi e si innamora di uno yankee professore di liceo, il padre entra in crisi e vorrebbe impedire il matrimonio. Tuttavia, il futuro marito, per amore di Toula, accetta di entrare a far parte della famiglia, sottoponendosi a una serie di bizzarre iniziazioni alla “Grecità” (ad esempio il Battesimo nella Chiesa Greca Ortodossa); così, i due convoleranno a nozze in un finale colorato e travolgente ricco di gag e situazioni imbarazzanti.
Non mancano situazioni divertenti nel film di Clare Kilner ”The wedding date”, realizzato nel 2005, che offre allo spettatore humour da commedia hollywoodiana con un tocco di ironia british. La single Kat Ellis decide di “affittare” l’affascinante “gigolò” Nick Mercer per farsi accompagnare alle nozze della sorellastra: la ragazza non vuole sfigurare davanti alla famiglia, tanto più che il testimone dello sposo è il suo ex-fidanzato, che Kat vorrebbe far ingelosire facendogli credere di essere ormai prossima alle nozze con il proprio accompagnatore. Risvolti inattesi e intricate traiettorie sentimentali fanno di questo film una piacevole commedia incentrata sul confronto-scontro tra la cultura americana e inglese.
Enigmatico e pirandelliano è il recente film di Marco Bellocchio “Il regista di matrimoni”, uscito nelle sale italiane ad aprile 2006. Con Sergio Castellitto (ritratto nella foto a destra) e Donatella Finocchiaro, il film è una riflessione metacinematografica sulle relazioni contraddittorie tra ateismo e fede, sogno e realtà, amore e interesse, famiglia e individuo, cinema professionistico e cinema amatoriale, vita e morte, anonimato e popolarità. Strizzando l’occhio al classico feuilletonottocentesco, nella continua citazione più o meno esplicita de “I promessi sposi”, il film racconta la storia del regista di sceneggiati nazionalpopolari Franco Elica, che si rifugia in Sicilia dopo uno scandalo legato alla produzione del suo ultimo film, l’ennesima riduzione del capolavoro manzoniano. In Sicilia incontra un regista di matrimoni amatoriale che gli fa incontrare un nobile locale: questi chiede ad Elica di realizzare il filmato del sontuoso matrimonio imposto alla figlia Bona, che deve sposarsi con un ricco avvocato per saldare i debiti del padre. Ma Elica e la sposa si innamorano. Il finale del film è aperto: Bellocchio gioca con lo spettatore, chiamandolo in causa su temi inespressi, legati all’attualità e ai meccanismi dell’industria cinematografica, in una pellicola metaforica che lascia spiazzati e desiderosi di una seconda visione.

Uno sguardo a Oriente

E’ interessante confrontarsi anche con pellicole che trattino il tema del matrimonio secondo prospettive differenti dall’approccio occidentale e mettano in campo problematiche legate all’incontro di culture e tradizioni.
Vincitore del Leone d’Oro 2001, “Monsoon wedding” dell’indiana Mira Nair rispecchia lo stile Bollywood delle commedie sentimentali realizzate a Bombay, con l'aggiunta di una vena più drammatica e amara, che ha indotto più di un critico a paragonarlo ad alcuni capolavori del cinema nordico (si pensi al film danese Festen del "dogmatico" Thomas Vinterberg). Il film ritrae una famiglia del Punjab nell’odierna Nuova Delhi, riunita per festeggiare il matrimonio di una delle figlie con un ingegnere indiano di Houston: le nozze diventano l’occasione per un confronto di speranze e illusioni, in cui tutto è contrassegnato dalla sotterranea nostalgia per le certezze e i valori di un tempo, ormai scoloriti dall’incontro con la globalizzazione e l’adeguamento ai costumi borghesi. Il monsone finale scoppia con esito catartico sui personaggi e i loro inconfessabili segreti.
A conquistare l’Orso d’Oro a Berlino nel 2003 è invece “La sposa turca”, del regista Fathi Akin, che racconta del tragico incontro tra due solitudini allo sbando: dopo un tentativo di suicidio, la turca Sibel incontra il connazionale Cahit in un ospedale psichiatrico di Amburgo. Vessata dalla famiglia conservatrice, Sibel propone al ruvido Cahit un matrimonio bianco, ma i due finiranno per innamorarsi, vivendo una storia ricca di gelosie, incomprensioni e dubbi, fino al dramma conclusivo. Una pellicola neorealista che tratta i temi della diversità e del senso dell’altro, capace di trasmettere allo spettatore il pathos del dolore autentico.
Commedia divertente e colorata è “Matrimoni e pregiudizi”, un film della regista anglo-indiana Gurinder Chada del 2004. Riduzione dell’opera “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen, pubblicato a Londra nel 1813, la pellicola sovrappone denuncia sociale, storia d’amore, balletti bollywoodiani e humour anglosassone. La trama si snoda attraverso le vicende della petulante mamma Bakshi che intende maritare le quattro figlie con uomini di rango superiore. Nel corso del film la storia si complica attraverso equivoci e malintesi a catena, tutti incorniciati nel quadro di vivaci coreografie da musical bollywoodiano, contaminato alla tradizionale commedia di costume.
Eran Riklis realizza nel 2004 il film “La sposa siriana”, un dramma legato ai temi del conflitto medio-orientale, svolto dal regista con i toni della commedia polemica e di denuncia. Un film sul “potere dei confini”, non solo fisici, ma soprattutto intellettuali ed emotivi: Mona, giovane drusa originaria del Golan, sta per convolare a nozze combinate con un cugino siriano, conosciuto soltanto per via epistolare. Tuttavia, una volta lasciato il Golan, occupato da Israele, Mona non potrà più farvi ritorno né rivedere la propria famiglia. La ragazza verrà accompagnata al confine, per l’ultimo sofferto saluto, dal padre, attivista filo-siriano diffidato dalle forze di polizia locali, e dai fratelli, in fuga dalla cultura oppressiva e totalizzante dei luoghi natali. Spiccano nel film i personaggi femminili, caratteri forti e combattivi di fronte all’assurdità della guerra, che il cineasta ritrae con sguardo sarcastico e iperrealista.


Tanti temi e spunti di riflessione, diversi modi di guardare alle nozze e alla vita di coppia...al termine di questa panoramica sul Matrimonio nel cinema, non possiamo che augurarvi BUONA VISIONE!